Sandro Pertini, il coraggio civile che ha dato fiducia all’Italia
La storia di Sandro Pertini tra antifascismo, Resistenza e Quirinale: un percorso di rigore, coraggio civile e fiducia nel popolo.
Il successo di Sandro Pertini non nasce dal calcolo, ma dalla coerenza. In un Novecento italiano attraversato da guerra, dittatura, carcere, terrorismo e sfiducia, Pertini riuscì a diventare una figura amata perché non cambiò pelle a seconda delle convenienze.
La sua forza non stava in una strategia di immagine. Stava in un carattere riconoscibile: diretto, severo con se stesso, allergico ai privilegi, profondamente legato all’idea che la politica dovesse prima di tutto dare esempio.
Capire Pertini significa capire come un uomo perseguitato dal fascismo, condannato al carcere e al confino, poi protagonista della Resistenza e infine Presidente della Repubblica, sia riuscito a trasformare la propria storia personale in una forma rara di autorevolezza civile.
Chi era davvero
Sandro Pertini, all’anagrafe Alessandro Pertini, nacque a Stella, in provincia di Savona, il 25 settembre 1896. Si laureò in giurisprudenza e poi in scienze politiche e sociali, partecipò alla Prima guerra mondiale come tenente dei mitraglieri e intraprese la professione forense prima di dedicarsi completamente alla milizia politica.
La sua biografia aiuta a capire subito un punto essenziale: Pertini non arrivò alle più alte cariche dello Stato da tecnico di palazzo. Ci arrivò da uomo che aveva attraversato il conflitto, il dolore pubblico e la durezza della storia italiana.
Era socialista, ma prima ancora era un uomo con un senso quasi fisico della dignità. Questo tratto lo accompagnò in ogni fase: nell’antifascismo clandestino, nella prigione, nella lotta partigiana, nella vita parlamentare e poi al Quirinale.
Da dove nasce il suo carattere
La sua idea di politica si forma molto presto. Dopo l’esperienza della guerra e l’iscrizione al Partito Socialista nel 1918, Pertini matura una convinzione che non lo lascerà più: senza libertà, la politica diventa solo dominio; senza giustizia sociale, la democrazia resta incompleta.
Non era un uomo diplomatico nel senso classico del termine. Aveva invece una qualità diversa, più rara: la chiarezza morale. Per lui alcune cose non erano negoziabili. La libertà, l’antifascismo, il rispetto delle istituzioni repubblicane, la responsabilità personale.
L’antifascismo che gli costò carcere e confino
Nel 1925 venne arrestato per attività antifascista e condannato a otto mesi di carcere. Con le leggi eccezionali del regime, il 4 dicembre 1926 fu poi condannato a cinque anni di confino. Sottrattosi alla cattura, si rifugiò prima a Milano e poi in Francia, dove continuò la sua attività politica da esule.
In quel passaggio emerge uno dei lati più forti del suo modo di pensare: Pertini non concepiva la prudenza come rinuncia. Proprio nel 1926 contribuì all’organizzazione della fuga in Corsica di Filippo Turati, figura storica del socialismo italiano, per sottrarlo alla repressione fascista.
Tornato clandestinamente in Italia nel 1929, venne nuovamente arrestato e condannato dal Tribunale speciale a undici anni di reclusione. Dopo averne scontati sette, fu assegnato a ulteriori anni di confino. Rifiutò perfino di chiedere la grazia a Mussolini, anche quando la richiesta era stata firmata dalla madre. Questo episodio, più di tanti discorsi, mostra il nucleo della sua mentalità: meglio soffrire che piegarsi.
Dalla Resistenza alla Repubblica
Nel 1943, caduto il fascismo, tornò libero. Tra l’8 e il 10 settembre partecipò alla battaglia di Porta San Paolo, uno dei primi simboli della resistenza armata contro l’occupazione tedesca. Poco dopo fu catturato dalle SS, rinchiuso a Regina Coeli e condannato a morte, ma la sentenza non venne eseguita.
Nel 1944 riuscì a evadere insieme a Giuseppe Saragat e raggiunse Milano, dove prese parte alla direzione della lotta partigiana come componente della Giunta militare del CLN in rappresentanza socialista.
Finita la guerra, Pertini non usò il prestigio resistenziale come rendita personale. Si dedicò al partito, al giornalismo, all’Assemblea Costituente, alla vita parlamentare. Fu direttore dell’Avanti!, deputato alla Costituente nel 1946 e poi protagonista stabile della Repubblica che stava nascendo.
Il successo di un leader credibile
La parola successo, nel caso di Pertini, va intesa nel senso più serio del termine. Non fu un uomo di successo perché vinse una gara di popolarità. Lo fu perché riuscì a imporsi come figura credibile in stagioni diversissime della storia italiana.
Dal 1968 al 1976 fu Presidente della Camera dei deputati per due legislature. Lì consolidò un profilo istituzionale forte: fermo, sobrio, rispettato anche da chi non ne condivideva le posizioni. Quando venne eletto Presidente della Repubblica l’8 luglio 1978, al sedicesimo scrutinio con 832 voti su 995, l’Italia era ancora sotto shock per il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. L’elezione di Pertini apparve subito come un segnale di risalita morale.
La sua autorevolezza, in altre parole, non nacque da una campagna d’immagine. Nacque dal fatto che il Paese riconosceva in lui un uomo passato attraverso le prove più dure senza essersi corrotto dentro.
Il presidente che parlava come un cittadino
Al Quirinale Pertini cambiò il modo in cui molti italiani percepivano la Presidenza della Repubblica. Non trasformò il ruolo in spettacolo, ma lo rese vicino. Parlava con franchezza, interveniva nei momenti tragici, visitava i luoghi del dolore, dava voce allo sdegno civile e alla solidarietà nazionale.
Negli anni di piombo, durante il terrorismo e dopo tragedie come il terremoto dell’Irpinia del 1980 e la strage di Bologna, la sua presenza fu letta come quella di un garante morale prima ancora che istituzionale. Il Quirinale stesso ricorda che la sua statura contribuì a riavvicinare i cittadini alle istituzioni in una fase difficilissima della Repubblica.
Pertini fu anche il Presidente dell’empatia pubblica. L’archivio della Presidenza ricorda la sua esultanza ai Mondiali del 1982 come una delle immagini più celebri del suo settennato. Non fu un dettaglio folkloristico: fu la prova che sapeva condividere anche la gioia collettiva senza perdere dignità.
Un altro tratto decisivo era il rapporto con i giovani. Nel messaggio di fine anno del 31 dicembre 1978 disse una frase diventata storica: i giovani non hanno bisogno di sermoni, ma di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo. In quella frase c’è tutta la sua idea di leadership: guidare non significa predicare dall’alto, ma mostrarsi credibili nei fatti.
Le difficoltà dietro la sua grandezza
Nella memoria pubblica Pertini viene spesso ricordato solo come il Presidente amato dagli italiani. Ma questa immagine rischia di appiattirlo. Prima della popolarità ci furono decenni di durezza reale: il carcere, il confino, l’esilio, la clandestinità, la condanna a morte, la lotta partigiana, la fatica di ricostruire una democrazia in un Paese lacerato.
Anche da Presidente governò in anni complessi, segnati da terrorismo, tensioni sociali, crisi economiche e ferite profonde. La sua forza non fu eliminare i problemi con una formula magica. Fu rappresentare un punto fermo quando il Paese sembrava averne sempre meno.
Perfino il suo stile diretto, che oggi appare naturale, all’epoca fu una novità. Il Quirinale parla di un vero archetipo del cosiddetto potere di esternazione: con Pertini il Capo dello Stato assunse una funzione di stimolo più visibile verso la politica e verso il Paese. Era una scelta efficace, ma anche delicata, perché richiedeva un equilibrio raro tra passione e ruolo istituzionale.
Cosa insegna ancora oggi
Pertini insegna che la credibilità non si improvvisa. Si costruisce molto prima del potere. Si costruisce nelle rinunce, nelle prove, nelle scelte scomode e nella fedeltà ai propri principi quando conviene poco o nulla.
Insegna anche che l’autorevolezza non coincide con la freddezza. Lui sapeva indignarsi, commuoversi, gioire, parlare in modo netto. Ma tutto questo non indeboliva le istituzioni: le rendeva più umane e quindi più rispettate.
C’è poi una lezione ancora più attuale. Pertini ricorda che la politica, se vuole essere alta, deve mantenere un rapporto stretto con l’esempio personale. È il contrario della retorica. È il principio per cui il cittadino si fida di chi vede vivere ciò che dice.
Per questo la sua figura continua a colpire anche chi non ha vissuto i suoi anni. In un’epoca piena di parole, Pertini resta memorabile perché dietro le parole si vede la prova della vita.
Quello che non tutti sanno
Non tutti ricordano che, una volta eletto Presidente della Repubblica, Pertini non volle trasformarsi in un uomo di corte. L’archivio del Quirinale segnala che continuò ad abitare con la moglie Carla Voltolina nel piccolo attico a Fontana di Trevi invece di risiedere stabilmente nel Palazzo. È un dettaglio che dice molto del suo rapporto con il potere: istituzione altissima, sì, ma senza teatralità personale.
Un altro elemento poco ricordato riguarda il suo ruolo nelle nomine a senatore a vita. Durante il settennato scelse figure come Leo Valiani, Eduardo De Filippo, Camilla Ravera, Carlo Bo e Norberto Bobbio: nomi diversi, ma accomunati da una forte statura civile e culturale. Anche da questo si capisce quale fosse il suo sguardo: premiare non la fedeltà personale, ma il valore morale e intellettuale.
Riferimenti e approfondimenti
Per approfondire, ecco alcune fonti autorevoli e direttamente consultabili:
Biografia ufficiale del Presidente Sandro Pertini — Presidenza della Repubblica
Archivio storico della Presidenza della Repubblica — biografia di Sandro Pertini
Portale storico della Camera dei deputati — Alessandro Pertini
Treccani — voce Sandro Pertini
Treccani — Dizionario Biografico degli Italiani, Alessandro Pertini
Messaggio di fine anno del 31 dicembre 1978 — Presidenza della Repubblica
ANPI — biografia di Alessandro Pertini
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